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- Stop rinviato: centrali a carbone attive fino al 2038
- Motivazione: crisi energetica e carenza di gas
- Dibattito acceso: scontro tra sicurezza energetica e sostenibilità
Se il gas naturale proveniente dalle aree coinvolte dalla guerra in Iran è bloccato nello Stretto di Hormuz, bisogna puntare su altre fonti. In questo caso si parla del carbone, visto il recente provvedimento del Governo che rinvia la chiusura delle centrali.
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L'attuale situazione geopolitica spinge gli Stati a ritornare sui propri passi in maniera spesso eclatante. È quanto accaduto in Italia nelle scorse ore con il rinvio dello stop agli impianti a carbone. Una chiusura inizialmente prevista per il 2025, e pertanto già in ritardo sulla tabella di marcia, che è stata ulteriormente rimandata al 2038. Il motivo è da ricercare nella delicata congiuntura a livello globale, con la guerra in Iran che ha bloccato una parte importante delle forniture di gas e petrolio con la chiusura dello Stretto di Hormuz. Entriamo nel dettaglio di questo provvedimento.
Il provvedimento italiano segue a stretto giro iniziative analoghe avvenute in Giappone e Germania, Paesi nei quali il carbone è stato di nuovo messo al centro del mix energetico. L'iniziativa voluta dal Governo Meloni è stata accolta con evidente soddisfazione dalle forze della maggioranza, a cominciare dalla Lega, con i suoi deputati che parlano di “importante vittoria” e si esprimono in questi termini: “In questo periodo di grave crisi energetica internazionale, aggravata dal conflitto russo-ucraino e dalle tensioni in Medioriente, è giusto e responsabile riflettere sulla decisione di abbandonare il carbone e rinviarla. La sicurezza energetica del Paese, la competitività delle imprese e la tutela delle bollette delle famiglie italiane devono essere le priorità”.
D'altra parte, le idee dell'esecutivo riguardo all’impiego del carbone sono sempre state piuttosto favorevoli. A confermarlo sono le dichiarazioni di Gilberto Pichetto Fratin, Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica; il titolare del dicastero di Via Cristoforo Colombo, a poche ore dall'avvio del conflitto in Medioriente, si esprimeva in questi termini: “In questo momento, vista anche questa situazione di difficoltà internazionale, tengo in riserva a freddo anche le centrali a carbone, che non vorrei mai riattivare, ma che però sono da tenere come riserva a cautela dell’interesse del nostro Paese”.
Il rinvio dello stop alle centrali a carbone non ha mancato di suscitare reazioni contrarie, in primo luogo da parte delle opposizioni. Il capogruppo PD in Commissione Ambiente della Camera, Marco Simiani, ha dichiarato: “Trasformare il Dl Bollette nell’ennesimo provvedimento a favore delle fonti fossili è una scelta che non condividiamo e che produrrà effetti negativi per il sistema Paese”. Il Movimento 5 Stelle parla invece di un “atto irresponsabile e miope che ci riporta indietro di decenni”.
Ancora più negativo è il commento di Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia di WWF Italia: “L’ok al testo arriva proprio il giorno nel quale da 20 anni il mondo chiede un’azione più decisa sul clima con Earth Hour. Chi usa l’emergenza dei prezzi energetici per giustificare l’approvazione di un emendamento che tiene aperte le centrali a carbone sino al 2038 sa benissimo che è solo una scusa: per l’altissima quantità di CO2 emessa con la combustione, il carbone pagherebbe molto la tassa sull’inquinamento, annullando ogni eventuale convenienza sul prezzo del gas”.
Guardando oltre i nostri confini, ci sono Paesi – i già citati Giappone e Germania – che seguono la strada italiana del ritorno al carbone. In altri casi, l'ingente ricorso alle energie rinnovabili ha permesso di ridurre il costo dell'energia, soprattutto in Spagna.
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Lo Stretto di Hormuz è meno chiuso di quanto possa sembrare. I flussi petroliferi sarebbero tornati quasi ai livelli precedenti al conflitto tra Iran e Stati Uniti. La domanda, allora, è perché i prezzi di carburanti e gas rimangono ancora così elevati.
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