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5G e fibra, l’allarme delle TELCO: 40 miliardi a rischio per le reti europee

Il Cybersecurity Act, dovesse essere adottato nella sua forma attuale, porterebbe a perdite per 40 miliardi di euro sulla rete europea di telecomunicazioni. Lo sostengono numerose imprese del settore, che richiamano l'attenzione della Commissione europea.

Marco Rigamonti
A cura di Marco Rigamonti

Esperto di mercati energetici e telefonia

antenna 5g ed europa
Secondo le TELCO europee, il Cybersecurity Act avrà conseguenze negative.

⏰ In 30 secondi:

  • Le TELCO stimano costi fino a 40 miliardi per adeguare le reti europee.
  • Il Cybersecurity Act punta a escludere i fornitori a rischio dalle reti.
  • Le TELCO temono meno investimenti in 5G e fibra e possibili rincari.

Il Cybersecurity Act previsto dall’Unione Europea potrebbe costare caro: 40 miliardi di euro, per la precisione, secondo le stime di alcune TELCO. Vediamo allora quali sono i timori delle aziende di telecomunicazione e cosa prevede la normativa comunitaria in discussione.

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Perché le aziende di telecomunicazioni sono preoccupate?

Sono ben diciassette gli amministratori delegati di altrettante TELCO europee che hanno chiesto alla Commissione UE di correggere il già citato Cybersecurity Act. Una normativa che, se approvata, potrebbe portare a perdite per 40 miliardi di euro: la cifra è contenuta nella lettera aperta diffusa da Connect Europe, l’associazione delle imprese del settore telecomunicazioni. Nella missiva non vengono citate società specifiche: il riferimento, secondo molti, è comunque a Huawei e ZTE, che dovrebbero essere escluse dalle operazioni sulle reti continentali per 5G e fibra ottica.

Ad aumentare ancora di più la confusione c’è lo sviluppo disordinato delle varie discipline nazionali. Nello specifico:

  • Germania, Francia, Svezia, Estonia e Romania hanno introdotto divieti o percorsi di esclusione per Huawei e ZTE;
  • Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Portogallo, Romania e Svezia hanno definito tempistiche e strumenti specifici per la dismissione delle apparecchiature già installate;
  • Italia, Spagna, Paesi Bassi, Finlandia, Grecia, Irlanda, Polonia, Slovenia e altri Stati hanno adottato un approccio basato su analisi di sicurezza, autorizzazioni preventive e limitazioni circoscritte a componenti specifiche della rete.

Perché proprio 40 miliardi?

La stima di 40 miliardi citata dalle TELCO deriva dai costi della sola sostituzione degli apparecchi. Esisterebbero altri costi aggiuntivi da sostenere nel periodo 2027-2030, che ammonterebbero a circa 8,5 miliardi di euro. Per le stime della Commissione UE, invece, la perdita sarebbe di “soli” 10-13 miliardi. Il tutto mentre le aziende di telecomunicazioni stanno già sostenendo investimenti in fibra e 5G Advanced.

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Lo scontro tra istituzioni e aziende

Il Cybersecurity Act divide imprese e istituzioni europee in maniera evidente:

  • sul fronte delle TELCO, l'impatto si tradurrebbe in una riduzione della redditività e in minori risorse finanziarie da destinare allo sviluppo tecnologico. L'eventuale rincaro dei listini per l'utenza coprirebbe solo parzialmente tali spese, vista l'assenza di un piano di indennizzo automatico predisposto dalle istituzioni comunitarie. Di conseguenza, le imprese dovrebbero accollarsi le perdite nell'immediato, valutando in un secondo momento sia un ribaltamento dei costi sugli utenti finali, sia la richiesta di sussidi statali;
  • sul fronte delle istituzioni comunitarie, la convinzione è che la spesa sopportata dagli operatori sia un investimento in resilienza, autonomia tecnologica e sicurezza.

Nel concreto, cosa prevede il Cybersecurity Act?

L’obiettivo del Cybersecurity Act è quello di ridurre la dipendenza europea da fornitori di Paesi terzi considerati ad alto rischio. Tra gli interventi da mettere in atto c’è la rimozione di componenti critici legati ad aziende e nazioni giudicate come una possibile minaccia. Le indicazioni del precedente 5G Cybersecurity Toolbox, adottato nel 2020, parlavano di Huawei e ZTE come fornitrici a rischio significativamente elevato. Lo stesso rischio si presenta adesso con le infrastrutture di rete, in particolare le apparecchiature 4G e 5G, che rappresentano la voce di costo maggiore.

Si tratta, secondo la Commissione, di un intervento necessario per ridurre il rischio di interferenze. Un pericolo che diventa improvvisamente reale quando si apprende che, nel 2026, 11 Stati membri registrano una quota superiore al 40% di fornitori ad alto rischio nelle reti radio 5G. Inoltre, il 41% degli abbonati mobili europei è potenzialmente servito da reti gestite da operatori che potrebbero costituire minacce. Se si considera che il 5G è previsto in crescita almeno fino al 2034 in tutto il mondo, si comprende la portata potenziale della minaccia.

I prossimi sviluppi normativi decideranno chi, tra le aziende e la Commissione EU, avrà la meglio.

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