⏰ In 30 secondi:
- Telco europee meno redditizie rispetto ai concorrenti globali.
- Costi e regole frenano gli investimenti nelle reti.
- Fibra e 5G a rischio per la carenza di risorse.
Le telco europee affrontano una grave crisi di redditività e una forte frammentazione rispetto ai competitor globali (USA in primis). Schiacciate da costi energetici elevati e regole penalizzanti, faticano a sostenere gli ingenti investimenti per 5G e fibra, mettendo a rischio la sovranità digitale del continente
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Quanto emerso nel corso del dibattito istituzionale “Verso la sovranità digitale europea” ospitato dal capodelegazione italiana S&D Nicola Zingaretti presso il Parlamento europeo restituisce un quadro piuttosto preoccupato sullo stato attuale delle telecomunicazioni a livello continentale.
Le telco europee restano un asset strategico per l’Unione ma soffrono un profondo svantaggio economico rispetto ai competitor globali, schiacciate da un lato dalla necessità di investire ingenti risorse nello sviluppo delle reti di nuova generazione in 5G e fibra ottica e dall'altro dalla difficoltà a generare gli utili necessari a sostenere il progresso tecnologico nel mercato europeo. Questo scenario si scontra con le ambizioni politiche della Commissione UE sulla digitalizzazione del continente.
L’analisi sullo stato finanziario attuale delle telecomunicazioni offerto da Pietro Labriola, amministratore delegato di TIM, non lascia ben sperare per il futuro del settore. Le grandi aziende europee vivono il paradosso di trarre la maggior parte della propria forza economica dalle operazioni extra-UE piuttosto che dai mercati domestici. Questo trend è un segnale di un indebolimento del mercato unico che potrebbe diventare irreversibile se non verranno rivisti i fondamenti economici che regolano il settore.
“Siamo al tramonto di un colonialismo digitale in cui i principali operatori europei fanno soldi nelle loro consociate extra-europee: – spiega Labriola – Deutsche Telekom guadagna in T-Mobile negli Stati Uniti, Telefónica in Brasile, Orange in Africa, Vodafone in Turchia e Africa, TIM in Brasile”. Labriola descrive come “asfittica” la redditività delle telco sul mercato europeo, costringendole a guardare ai mercati emergenti per far quadrare i conti.
Il CEO di TIM ritiene che la crisi degli utili nasca da una politica eccessivamente aggressiva sui prezzi che, a discapito della solidità industriale dei fornitori di rete, negli anni ha portato a un sistema in cui i consumatori non percepiscono più il valore dei servizi digitali, ma i costi per mantenere e aggiornare le infrastrutture continuano a crescere. “Se diamo tutto gratis ai consumatori, le aziende chiudono e il digitale non lo costruiamo”, sottolinea Labriola.
Quando il rendimento del capitale investito o ROIC (Return on Invested Capital) è inferiore al costo del capitale stesso, afferma Labriola, il settore diventa meno attrattivo per gli investitori internazionali, che quindi preferiscono allocare risorse verso le grandi piattaforme digitali americane dove la redditività non è frenata da una maggiore competizione e frammentazione del mercato.
Uno dei fattori che più incide sulla redditività sono gli oneri operativi associati ai consumi energetici, in un contesto in cui le reti richiedono una quantità sempre crescente di elettricità per garantire la continuità di servizio e le telco devono gestire costi da “industria pesante” senza averne il riconoscimento normativo e, quindi, le agevolazioni previste per i comparti energivori.
“Sull’energia: – afferma Labriola portando ad esempio l’azienda da lui guidata – TIM è il secondo consumatore nazionale di energia in Italia, ma non siamo considerati un’azienda ‘energivora’ perché la definizione europea è ferma alla prima rivoluzione industriale (acciaierie, fabbriche). Se non siamo in grado di cambiare nemmeno questo, non governeremo il nostro futuro”.
La regolamentazione non sembra quindi essere al passo con le necessità reali del mercato in tema di energia ma anche sul fronte competitivo. Gli Over-The-Top (OTT) operano infatti con regole molto meno stringenti rispetto alle aziende europee e tale disparità normativa a loro vantaggio ha un effetto diretto sulla redditività delle aziende nel settore delle comunicazioni tradizionali.
L’obiettivo non è certo quello di cancellare le tutele per gli utenti, ma applicare il principio del “same rules for same services”, soprattutto quando si parla di ambiti come la gestione dei dati e i processi burocratici di vendita. “Perché io non posso fare la profilazione che fanno Meta e Facebook a causa del GDPR (General Data Protection Regulation)? – denuncia Labriola – Perché devo ancora tenere copie cartacee dei contratti o avere operatori umani h24 quando Netflix non ha questi obblighi?”. Una maggiore semplificazione in questo senso permetterebbe di ridurre drasticamente i costi operativi e liberare capitali per sostenere la redditività e gli investimenti nelle reti.
Il mercato europeo, poi, ha una debolezza strutturale dovuta alla frammentazione che gli Stati Uniti non hanno. I grandi operatori americani hanno economie di scala enormemente più grandi che nel mercato unico sono impossibili da raggiungere per una mera questione di numero degli attori sul campo (sono circa 40 gli operatori mobili in Europa). La frammentazione ha quindi un effetto diretto sulla qualità delle reti.
Nel Vecchio Continente si è investito molto in fibra ottica, ma i capitali pro capite messi in campo negli USA per il 5G sono nettamente superiori proprio perché la maggiore redditività consente di allocare risorse in nuove tecnologie. Le telco europee, invece, devono scegliere tra far quadrare il bilancio e raggiungere gli obiettivi del "Percorso per il decennio digitale" entro il 2030.
Labriola conclude affermando che la sovranità digitale europea rischia di non realizzarsi mai davvero e come, alla luce dei dati che “indicano l’abisso di scarsa competitività nel quale siamo crollati”, serva rimettere la redditività delle telco al centro del dibattito pubblico.
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