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Europa in ritardo sul 6G: mancano 200 miliardi di investimenti nelle reti

Mentre Stati Uniti e Cina corrono veloci verso il 6G, l'Europa sembra arrancare. Lo sviluppo delle nuove infrastrutture di rete sconta un deficit di investimenti di circa 200 miliardi di euro, dovuto soprattutto a difficoltà sul piano normativo ed economico.

Joseph Altamore
A cura di Joseph Altamore

Esperto di tariffe mobile

connessione 6g
L'Europa è rimasta indietro nella corsa al 6G
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⏰ In 30 secondi:

  • L’Europa è in ritardo sul 6G rispetto a USA e Cina.
  • Mancano circa 200 miliardi di investimenti nelle reti.
  • Regole e bassa redditività frenano lo sviluppo.

Lo sviluppo delle tecnologie di comunicazione continua spedito la sua marcia e, di questo passo, qualcuno potrebbe rischiare di rimanere indietro. Così, se in India si sperimentano già gli effetti controversi del network slicing 5G, in Europa si guarda al 6G con preoccupazione. Stando a un recente report, infatti, gli investimenti previsti per la transizione alle nuove reti sarebbero di molto inferiori a quanto necessario.

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Il gap di investimenti europei sul 6G

Per comprendere la situazione attuale è bene partire dai numeri riportati dal dossier “The 6G Wake-up Call for Europe: Reforms Urgently Needed to Sustain Europe’s Telecommunications Leadership”, pubblicato dall’European Centre for International Political Economy (Ecipe). I dati di maggior rilievo sono i seguenti:

  • il fabbisogno stimato per gli investimenti in 6G è di 475 miliardi di euro;
  • gli investimenti effettivamente previsti ammontano a 270 miliardi di euro;
  • il gap è di circa 200 miliardi di euro.

Perché tutta questa differenza? Secondo il report, le cause sarebbero diverse:

  1. la bassa redditività del settore;
  2. la frammentazione del mercato;
  3. un quadro regolatorio che limita le opportunità di crescita.

Si tratta di un campanello d’allarme che risuona in maniera ancora più forte alla luce dello scenario attuale. I mercati vivono infatti una transizione cruciale verso gli standard di nuova generazione, con l’Europa già in netto ritardo su più fronti. Tralasciando il 6G, il tasso di adozione del 5G Standalone pone ulteriori problemi. Nel 2025, negli Stati Uniti era del 31,6%, mentre in Cina si saliva all’80,9%. Nel Vecchio Continente, si arrivava a malapena al 2,8%.

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Un mercato a bassa redditività

Due delle aziende chiamate in prima persona a guidare la transizione verso il 6G sono Ericsson e Nokia. Tra il 2016 e il 2024, le società avrebbero investito mediamente il 18% delle vendite nette in ricerca e sviluppo, con margini operativi del 3%. Numeri modesti, se comparati ad altri settori dell’ecosistema digitale, che dipendono dalle caratteristiche intrinseche dei rispettivi mercati:

  • la produzione di apparati e infrastrutture, come quelle richiesti per il 6G, comporta investimenti materiali consistenti;
  • le piattaforme digitali possono distribuire servizi a una vasta platea di clienti senza sforzi economici rilevanti.

Per uscire da questa impasse, la svolta potrebbe essere rappresentata dalla possibilità, per i produttori, di partecipare al mercato dei servizi software. Ericsson, in questo senso, è già protagonista con alcune iniziative, come quella che riguarda i servizi Vodafone potenziati dall'intelligenza artificiale.

Un quadro regolatorio frammentato

Un altro ostacolo all’avanzare del 6G in Europa sarebbe costituito dal quadro regolatorio, che risulta complesso e frammentato. Utilizzando cinque indicatori dell’OCSE relativi alle restrizioni applicate alle infrastrutture mobili, Ecipe calcola per la zona UE un indice medio di 0,85. La Cina fa segnare 0,6, gli Stati Uniti 0,2.

A valori più elevati corrisponde una maggiore presenza dei vincoli che riguardano vari aspetti: interconnessione, regolazione dei prezzi, obblighi di pubblicazione delle offerte, separazione verticale e la gestione non discriminatoria del traffico. Per il futuro, secondo il report analizzato, il fattore chiave sarà costituito dalla neutralità della rete, sulla quale la normativa attuale lascia molta incertezza. Solo con una maggiore chiarezza sulle condizioni di commercializzazione si potrà accrescere la competitività.

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