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Banda ultra-larga in Italia, la fibra non basta più? Cosa dice il CEO di TIM

L'amministratore delegato di TIM, Pietro Labriola, ha analizzato le criticità del settore della rete fissa in Italia in un ebook dal titolo “La fibra non basta. Il paradosso delle telecomunicazioni italiane”. In particolare, si pone l'accento sull'importanza del "middle mile"

Matteo Testa
A cura di Matteo Testa

Esperto di telefonia e telecomuncazioni

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Il CEO di TIM analizza il settore telco in Italia
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⏰In 30 secondi:

  • Fibra non sufficiente: TIM punta sul “middle mile” della rete
  • FTTH poco sfruttata: adozione italiana sotto la media UE
  • Italia divisa in due: Sud veloce, Nord con minore latenza

La fibra ottica è un settore su cui il Governo e le telecomunicazioni stanno investendo e che negli anni ha permesso di colmare una parte del ritardo del nostro Paese a livello di infrastrutture. La banda ultra larga ha consentito a una parte più consistente della popolazione di accedere a una connessione in linea con le attuali esigenze e servizi digitali di ultima generazione, anche in quelle zone storicamente penalizzate. Tutto questo, però, non è più sufficiente per misurare la qualità effettiva della connettività.

A dirlo è l’amministratore delegato di TIM, Pietro Labriola, nel suo ebook dal titolo “La fibra non basta. Il paradosso delle telecomunicazioni italiane” allegato a Milano Finanza. Il CEO della telco ritiene infatti che il modello di business incentrato sulla fibra ottica, su cui si regge il settore, non sia più in grado di sostenere da solo gli investimenti necessari per favorire la trasformazione digitale del Paese.

La fibra è necessaria, ma non basta”, scrive Labriola ponendo l’attenzione non tanto sulla disponibilità teorica della fibra, quanto sulla struttura intermedia della rete. Più che all’ultimo miglio bisognerebbe guardare al ‘middle mile’, che il CEO di TIM considera uno dei punti deboli principali del sistema italiano. Aspetti come interconnessione, peering, vicinanza dei data center, localizzazione dei contenuti e qualità del Wi-Fi domestico incidono direttamente sulla latenza, ovvero il tempo di risposta della rete, ma anche su stabilità e affidabilità della connessione.

Da sola la velocità non basta più a definire la qualità percepita dagli utenti, che oggi utilizzano massicciamente servizi come videochiamate, gaming online, cloud computing, intelligenza artificiale e streaming live. In molti, poi, lavorano da remoto, senza contare le applicazioni industriali e la telemedicina: tutti settori che richiedono una connessione non solo veloce, ma anche a bassa latenza.

Labriola nell’ebook, per spiegare la sua tesi, fa un confronto tra l’Italia e altri Paesi europei. Da noi si è investito molto in fibra FTTH (Fiber to the Home), ma le prestazioni restano inferiori rispetto ad altre grandi nazioni. In Italia si registra poi un livello di adozione della fibra (take-up rate) sotto la media europea e livelli di latenza elevati. Sulla base degli ultimi dati diffusi dall’Ftth Council Europe e da AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni), il livello di adozione della fibra in Italia, nonostante ormai oltre il 70% delle famiglie sia raggiunto dalla banda ultra larga, si attesta tra il 27 e il 37%, contro il 54% della media europea.

Il gap del nostro Paese rispetto all’Europa diventa ancora più evidente guardando alla stabilità sotto carico. Stando ai dati di Ookla per il primo trimestre del 2026, l’Italia registra, tra i membri del G7, l’intervallo più ampio tra il decimo e il novantesimo percentile della latenza. Ciò conferma che la nostra rete nazionale non fornisce prestazioni uniformi. La soluzione, quindi, non è quella di ampliare la copertura, quanto di migliorare il funzionamento dell’intera catena infrastrutturale.

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Come è cambiato il digital divide

Labriola nel suo ebook mette in evidenza come il digital divide oggi non coincida più solamente con il fatto di essere raggiunti o meno da una connessione ultra broadband, quanto dalla qualità dell’esperienza per l’utente. In alcune aree del Sud, ad esempio, grazie agli investimenti pubblici è stato possibile superare le infrastrutture legacy e garantire prestazioni elevate in termini di velocità, sia in download sia in upload. Il Nord, però, resta più performante per quanto riguarda i tempi di risposta della rete (latenza), in virtù della maggiore concentrazione di data center, nodi di interconnessione e punti di peering.

L’Italia quindi risulta sostanzialmente divisa in due, con il Sud che è diventato più competitivo nelle applicazioni che richiedono ampia disponibilità di banda e il Nord che risulta avvantaggiato se si parla di bassa latenza. I due binari che non si incontrano pesano sulle aziende, sui servizi digitali, sulla competitività territoriale e sulla capacità di implementare applicazioni avanzate.

La qualità dell’esperienza si misura poi nell’ambiente domestico in base ad aspetti come modem, Wi-Fi, interferenze del segnale e configurazione degli apparati. Labriola sottolinea che sotto questo aspetto gli operatori hanno due scelte: proporre sistemi più economici, ma che possono peggiorare l’esperienza di navigazione, o apparati più avanzati, che aumentano il costo percepito dal cliente ma migliorano il servizio.

La pressione competitiva “uccide” la qualità

Parlando dell’aspetto economico del nostro sistema italiano, Labriola sostiene che l’attuale modello non sia sufficientemente remunerativo in rapporto agli investimenti necessari. A sostegno della sua tesi, il CEO di TIM porta l’esempio della Francia, dove realizzare una rete FTTH costa 400 euro per unità immobiliare contro i circa 1.400 euro necessari in Italia. In parallelo, il ricavo medio per utente si aggira sui 40 euro al mese, contro i 24 euro nel nostro Paese.

In uno scenario di questo tipo chi sostiene i costi più elevati incassa di meno, e con bassi ricavi diventa molto più complicato investire nelle componenti meno visibili ma fondamentali per la qualità dell’esperienza, a partire dal middle mile.

Nell’ebook viene citato il benchmark di Tarifica che pone l’Italia tra i Paesi più economici tra i dodici mercati europei analizzati, con un prezzo medio di 17,87 euro a parità di potere d’acquisto, ovvero oltre il 37% in meno rispetto alla nazione che ci precede in classifica. Non solo: in Italia il salto da una connessione fino a 50 Mbps a una a 1 Gbps corrisponde a un aumento di prezzo di circa il 10%. In molti altri Paesi la differenza a livello di costi è molto più marcata.

Per tutti questi motivi una qualità superiore difficilmente si trasforma in valore economico. La pressione competitiva spinge gli operatori a puntare su velocità e copertura, ma per migliorare in termini di esperienza per l’utente serve investire in infrastrutture intermedie, che richiedono investimenti importanti e generano un ritorno economico meno immediato.

Costo dell’energia e normative pesano sulla capacità degli operatori di investire

Labriola, tra i fattori critici per la crescita dell’infrastruttura italiana, cita anche il costo dell’energia. Stando ai dati Eurostat per il primo semestre del 2025 citati dall’ebook, il prezzo dell’elettricità per i clienti non domestici in Italia è stato di 0,2336 euro per kWh, contro una media Ue di 0,1902 euro.

Il gap italiano in termini di costi dell’energia rispetto ad altri Paesi Ue risulta quindi molto evidente. A ciò si aggiunge anche la forte dipendenza dal gas, che nel 2023 rappresentava il 34,8% dell’energia disponibile, contro una media europea del 20,4%.

Per le telco i costi elevati dell’energia sono un ulteriore fattore di pressione sui margini di guadagno e, di conseguenza, sulla possibilità di investire continuativamente nelle infrastrutture.

Labriola poi individua alcune asimmetrie che, a suo dire, limitano il settore delle telecomunicazioni in Italia. La prima riguarda la regolamentazione a cui sono sottoposte le telco, soggette a obblighi molto stringenti su trasparenza, qualità del servizio, cambio operatore, portabilità e servizi di emergenza. I grandi operatori tech invece, pur soddisfacendo bisogni simili, non sono sottoposti allo stesso carico di regole settoriali.

Le maggiori piattaforme digitali, poi, monetizzano servizi e contenuti che aumentano la domanda di banda, mentre gli operatori devono adeguare la propria infrastruttura senza ottenere profitti proporzionali al valore generato.

La terza asimmetria è invece di natura competitiva. L’ingresso degli operatori virtuali, che utilizzano infrastrutture già esistenti senza partecipare ai costi di sviluppo e manutenzione, può aggravare il peso economico sulle spalle di chi costruisce e gestisce la rete, premiando al contrario i MVNO (Mobile Virtual Network Operator).

Labriola vede comunque segnali positivi da parte dell’Unione Europea sul tema regolatorio, a partire dalla revisione delle linee guida sulle fusioni (merger guidelines) verso una valutazione meno meccanica del rapporto tra resilienza, investimenti, innovazione e scalabilità industriale. Lo stesso vale per il Digital Networks Act, in cui viene riconosciuta la necessità di un mercato della connettività più organizzato. Detto questo, l’Italia come Paese deve decidere se l’infrastruttura digitale sia o meno una leva centrale per lo sviluppo economico e metterla nelle condizioni di crescere.

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