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Lavoro da casa: cosa serve per farlo diventare smart

Lavorare da remoto può dirsi smart working soltanto se ci sono le condizioni per farlo. Questo implica un cambiamento culturale dell’azienda e che tutti siano messi nelle condizioni di lavorare al meglio. Un ruolo importante giocano gli strumenti di lavoro, come una buona connessione internet.

Pubblicato il 17/11/2020

Quali sono gli effetti dello smart working sui lavoratori e sulle imprese e quale futuro riserva la modalità di lavoro che ha ormai rivoluzionato le nostre abitudini?

Sull’argomento ha indagato e tratto conclusioni ANRA, l’Associazione Nazionale dei Risk Manager e Responsabili Assicurazioni Aziendali, con l’indagine “Le modalità lavorative dopo il lockdown: quale smart working?”.

Prima di scendere nel dettaglio dei risultati dell’indagine è necessario fare una considerazione. Esistono infatti due tempi di valutazione dello smartworking, a seconda che si consideri il primo e il secondo lockdown.

Perché, se durante la prima ondata della pandemia quello che più propriamente dovremmo definire remote working ha colto aziende e lavoratori impreparati, il fenomeno ha assunto invece carattere diverso dopo la seconda ondata del virus.

Nel primo caso infatti, i problemi sono stati prima di tutto organizzativi e legati alla “pianificazione, gestione e controllo delle attività, ma anche allo stato d’animo dei lavoratori, al senso di solitudine e alla mancanza di strumentazione idonea”, visto che la chiusura totale limitava ogni attività e allungava i tempi organizzativi.

Diversa invece è stata la condizione in cui ci si è trovati durante la seconda ondata del Covid, quando le aziende hanno potuto trasformare un esperimento dettato dall’emergenza, in “un incubatore per una maggiora sostenibilità del lavoro”.

La diversa percezione del lavoro da remoto

C’è un’altra variabile che ha giocato un ruolo essenziale nell’analisi del lavoro da casa, ed è quella di genere. Uomini e donne hanno esperienze differenti e danno output altrettanto diversi di fronte alla valutazione del fenomeno smart working.

Per i primi infatti, il lavoro da casa ha impattato principalmente nei rapporti con i clienti o i terzi (lo dice il 28% degli uomini contro il 17% delle donne).

Per le donne, l’aspetto più critico è stato quello organizzativo e di comunicazione interna (27%), oltre che l’aspetto emotivo e psicologico e il coinvolgimento nei processi aziendali.

I numeri dello smart working

Se durante il primo lockdown la preoccupazione principale dei lavoratori era comprensibilmente l’organizzazione del lavoro (33%), durante la seconda ondata di remote working si valuta questo aspetto di gestione e controllo delle attività come secondario (17%), e lo stesso accade per i problemi di produttività. L’attenzione si sposta invece sulle criticità organizzative e di comunicazione interna (27%), oltre che sullo stato d’animo dei lavoratori (26,7%).

Il ritorno al remote working evidenzia proprio questo. È come se in parte i problemi più legati ai processi e all’organizzazione del lavoro siano stati in qualche modo affrontati, mettendo i dipendenti e le strutture in condizioni di funzionare anche con la nuova modalità lavorativa. Sorgono invece o diventano più critiche le implicazioni psicologiche e relazionali.

Chi ha lavorato più da casa e meglio

Nel periodo da maggio a settembre a usufruire dello smart working ci sono principalmente le donne (54%), per il vantaggio di riuscire a integrare lavoro e impegni personali. I professionisti uomini sono molto di meno, circa il 35%.

Cambia sensibilmente il dato se si considera l’età del campione: sempre da maggio a settembre, solo il 30% degli over 56 ha continuato a lavorare da casa, mentre lo ha fatto il 60% degli under 35.

Inoltre, per un terzo delle donne lavorare da casa ha comportato un minore stress, per gli uomini è stato così solo nel 23% dei casi. Infine, le donne hanno dichiarato di riuscire a concentrarsi maggiormente da casa (il 18%), cosa invece riscontrata meno per gli uomini (10%).

L’importanza degli strumenti

La considerazione da fare sopra tutte è che lavorare da remoto può dirsi smart working soltanto se ci sono le condizioni per farlo. Questo implica un cambiamento culturale dell’azienda e che tutti siano messi nelle condizioni di lavorare al meglio.

In questo quadro, un ruolo importante giocano gli strumenti di lavoro. Avere una rete internet veloce è fondamentale per lavorare bene e questo può accadere solo se si dispone di una connessione velocebanda larga o ultralarga.

Secondo i dati messi a disposizione da Infratel, il 96% delle unità immobiliari è coperto da almeno 30 Mbps e di questi, almeno il 45,4% può arrivare a 1 Gigabit. Questo vuol dire che esiste un potenziale nelle case degli italiani che è bene sfruttare, anche in considerazione del fatto che oramai una connessione veloce in fibra costa esattamente quanto una adsl.

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A cura di: Paola Campanelli
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Parole chiave

smart working tariffe internet

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