Con l’approvazione ufficiale da parte di AGCOM, è stato dato il via libera alla dismissione di ben 2055 centrali in rame da parte di FiberCop, società controllata da TIM e responsabile della rete di accesso secondaria. Un’operazione di vasta portata che, oltre a rappresentare un passo decisivo verso la completa digitalizzazione del Paese, interessa in maniera particolare le cosiddette “aree grigie”, quelle zone cioè in cui fino a pochi anni fa la connettività ultrabroadband era una promessa lontana.
Cosa prevede la delibera AGCOM
Il processo di dismissione delle centrali è stato approvato con la delibera 123/25/CONS resa pubblica il 23 maggio 2025. Il provvedimento stabilisce che TIM, attraverso FiberCop, potrà procedere allo switch off delle centrali in rame, a patto che vengano rispettati criteri ben definiti: in primis, la copertura del 100% delle linee attestate con tecnologie NGA (Next Generation Access), ovvero fibra ottica o FWA (Fixed Wireless Access), e una percentuale minima di migrazione dei clienti a partire dal 60%.
Le tempistiche dello switch off
Il percorso verso il completo spegnimento delle centrali è definito da precise scadenze temporali. La normativa prevede un preavviso di 6 mesi per le centrali in cui sono attivi solo servizi bitstream (ossia accesso alla rete per operatori alternativi su infrastruttura TIM), mentre il termine sale a 12 mesi per quelle con servizi ULL (Unbundling Local Loop), dove sono presenti investimenti diretti da parte di altri operatori.
Aree grigie: la sfida della copertura
Le “aree grigie” rappresentano un nodo fondamentale nella strategia nazionale per la digitalizzazione. Si tratta di territori dove opera un solo fornitore di rete a banda larga e dove il rischio di scarso interesse da parte degli operatori alternativi è elevato. In questi contesti, l’ammodernamento delle infrastrutture diventa particolarmente rilevante per garantire pari opportunità di accesso ai servizi digitali.
La scelta di iniziare lo switch off del rame proprio da queste aree è strategica: grazie alla spinta degli investimenti pubblici e privati degli ultimi anni, la copertura in fibra ha raggiunto livelli tali da permettere la dismissione delle vecchie tecnologie senza penalizzare i cittadini. È anche un modo per spingere alla migrazione utenti e operatori, in un contesto che, finora, ha mostrato maggiore inerzia al cambiamento.
Perché dismettere il rame è un passo necessario
Oltre agli evidenti vantaggi in termini di performance e affidabilità della rete, la dismissione della rete in rame comporta una serie di benefici sia economici che ambientali. Gestire una rete in fibra ottica è infatti più efficiente in termini di costi energetici e manutenzione, oltre a garantire una maggiore scalabilità nei servizi futuri, come la telemedicina, il cloud domestico o il lavoro da remoto.
Inoltre, l’eliminazione graduale della doppia rete (rame e fibra) libera risorse per ulteriori investimenti, permettendo agli operatori di concentrare gli sforzi su un’infrastruttura più moderna e sostenibile.
Cosa cambia per i cittadini
Per gli utenti finali, la transizione può tradursi in un miglioramento significativo della qualità della connessione. Chi è ancora collegato a centrali in rame riceverà nei prossimi mesi comunicazioni da parte del proprio operatore con indicazioni per la migrazione verso offerte in fibra o FWA.
In alcuni casi, soprattutto per gli utenti business o nei piccoli centri, saranno offerte soluzioni tecniche alternative per evitare disservizi. Le famiglie che già utilizzano connessioni in fibra non subiranno alcuna modifica, se non un possibile potenziamento della rete locale.
Obiettivo 100% fibra: a che punto siamo
L’Italia, rispetto ad altri Paesi europei, è partita con un certo ritardo nella diffusione capillare della fibra. Tuttavia, i numeri degli ultimi anni mostrano un’accelerazione concreta: secondo i dati AGCOM, la copertura NGA ha raggiunto il 98,4% nelle aree rurali, e le previsioni puntano al raggiungimento del 100% entro il 2027, anche grazie ai fondi del PNRR e agli accordi pubblico-privato siglati con le regioni.
Questo vuol dire che la quasi totalità della popolazione italiana può accedere alla connessione ad alta velocità, quindi almeno 30 Mbps.
La dismissione delle centrali in rame va dunque letta come parte di un piano di lungo periodo, che mira a trasformare l’Italia in una nazione “full fiber”, con benefici strutturali per economia, scuola, sanità e pubblica amministrazione.